La farsa delle sanzioni abolite consegnerà l'Iran agli integralisti

15 Maggio 2016
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Le prossime elezioni in Iran sono fra un anno, nel giugno 2017. Perché il presidente riformista, Rouhani, vinca un secondo mandato, occorre che possa dimostrare il successo della più importante scommessa politica intrapresa dal suo governo: l'accordo con Obama sul nucleare.

Simmetricamente, l'accordo con Teheran è una delle eredità più significative della politica estera di questa Casa Bianca. Ma tutto rischia di andare in fumo, riconsegnando Teheran ai conservatori, perché, nonostante impegni e promesse, l'accordo non sta dando i benefici che Rouhani si attendeva in termini di affari e investimenti.

"Gli iraniani - ha detto il segretario di Stato americano, John Kerry - si aspettano che le sanzioni che si prevedeva venissero abolite, siano effettivamente abolite". Ma non è così. Il risultato è che, a parte una ripresa delle esportazioni petrolifere e accordi eccezionali come quello con la Boeing, gli affari sono pochini. Motivo? Per le banche americane, fare affari con Teheran resta tuttora illegale. E quelle europee hanno paura. In questi anni, alcunI dei maggiori istituti europei hanno pagato, complessivamente, 15 miliardi di dollari di multa alle autorità americane per aver lavorato insieme a società iraniane. E niente garantisce che non debbano pagarle anche per nuovi affari.

E' una sorta di teatrino delle ombre giapponese, la cui migliore rappresentazione si è avuta giovedì scorso, a Londra, durante l'incontro con alcune delle maggiori banche europee (Deutsche Bank, Crédit Suisse, Hsbc, nessuna italiana presente) in cui Kerry ha parlato delle aspettative iraniane. Muovetevi, andate a Teheran a fare accordi, ha incitato il segretario di Stato americano. Basta che siano "legittimi" e che "sappiate con chi avete a che fare". Ma quello è esattamente il problema. Le sanzioni relative al programma nucleare sono state abolite, ma quelle relative alla supposta attività terroristica di Teheran no.


Infatti, per le banche americane fare affari a Teheran resta illegale. E, nell'attuale situazione politica americana, in cui il Congresso attuale ed eventuali vincitori repubblicani delle prossime elezioni amerebbero assai far saltare l'accordo di Obama, smantellare l'embargo è impensabile. Allora, Kerry sta ammiccando alle banche europee, facendo capire che firmino pure contratti, gli Usa chiuderanno un occhio? Neanche per idea. Il segretario di Stato parla per sè, ma non ha alcun potere e alcuna influenza sulle autorità americane deputate a vigilare chi fa affari con chi, in Iran, a cominciare dall'apposito ufficio del Tesoro, lo stesso che commina le multe.

Il problema è che, quando si fa un versamento ad una entità iraniana, è difficile per una banca europea accertarsi oltre ogni dubbio che i suoi soldi non servano, alla fine, a comprare uno Stinger che un hezbollah userà in Libano contro un elicottero israeliano. E i titoli di proprietà non sono cristallini. Se una quota della società con cui la banca sta facendo affari fosse riconducibile alla fine alle Guardie Rivoluzionarie che, nell'economia iraniana, sono dappertutto, ma che sono messe al bando dalla comunità internazionale? Le banche europee non possono neanche dire: ce lo facciamo fra noi, al diavolo gli Stati Uniti. Gli affari internazionali sono, quasi sempre regolati in dollari. Devono quindi essere processati attraverso il sistema bancario americano, compromettendo, eventualmente, la filiale americana della banca europea. O la Casa Bianca mette in piedi una catena di montaggio che sforni licenze caso per caso a ritmo rapido o la fine delle sanzioni si rivelerà una illusione ottica.

Fonte: la Reppublica

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Hooman Mirmohammad sadeghi

Business Development Consultant For Iran & Italy

  

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