I banchieri iraniani a caccia di affari in Italia

20 Aprile 2016
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I vertici di Turquoise, istituto privato di investimenti di Teheran, a Milano e Roma per incontrare investitori, ricche famiglie e la Sace. "Grandi opportunità nel settore materie prime, distribuzione e consumo, ma prima bisogna riconnettere la finanza dell'Iran con quella europea", dice il presidente Rouzbeh Pirouz.

Il premier Matteo Renzi, nella missione del 12 e 13 aprile a Teheran, lo aveva detto: "Auspico un'immediata ripartenza dei rapporti economici con l'Iran. E' fondamentale investire sulle linee di credito e finanziarie. C'è bisogno di fare di più", per sancire l'uscita definitiva dall'embargo del paese. La missione che lo aveva accompagnato, con alcuni alti manager come l'ad dell'Eni Claudio Descalzi e l'ad di Mediobanca Alberto Nagel, testimoniava l'attenzione del sistema economico, come le 14 intese bilaterali siglate tra i due paesi, valore qualche miliardo. Ma forse il leader del Pd non immaginava che lo avrebbero preso alla lettera anche i banchieri iraniani, che in queste ore si presentati per la prima volta in Italia, con incontri a Milano e a Roma per riconnettere la finanza dell'Iran con quella europea, e raccogliere i primi investimenti diretti sul mercato delle imprese e della Borsa di Teheran. "Quello iraniano è l'ultimo grande mercato ad aprirsi, con un Pil da paese G20, un'economia simile a quella turca e molti giovani tra gli 80 milioni di abitanti - spiega Rouzbeh Pirouz, fondatore e presidente di Turquoise Partners, la banca privata iraniana che è la prima del suo paese a venire in road show in Italia. Da metà gennaio, dopo l'addio alle sanzioni giunto in seguito alla rinuncia al programma nucleare iraniano, la Borsa di Teheran ha guadagnato circa il 20%, e gli operatori si attendono una nuova salita dei prezzi con la seconda ondata delle privatizzazioni iniziate dal governo lo scorso decennio. Inoltre ci sono molte imprese sottocapitalizzate e con forti prospettive di crescita nell'economia iraniana, un elefante tenuto a riposo da 35 anni per l'effetto congiunto della Rivoluzione islamica e delle sanzioni occidentali.
I banchieri iraniani a caccia di affari in Italia
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"Ci sono molti settori dove investire con grandi prospettive - spiega Pirouz, iraniano espatriato in Occidente ai tempi della Rivoluzione e poi tornato a Teheran - petrolio e gas hanno bacini immensi, ma le aziende del settore hanno tecnologie arretrate e mancano le infrastrutture: presto il governo riscriverà i contratti di concessione di tipo buy back, e il settore diventerà molto attraente, insieme a quello minerario che è correlato. Un altro facile spunto sono le aziende di distribuzione e consumo, che possono rivolgersi sempre più a una giovane popolazione deprivata di molti beni e servizi negli anni passati. Poi l'e-commerce, che può giovarsi di una penetrazione molto alta di internet e degli smartphone". A lato c'è il comparto bancario, che fa gola ai banchieri occidentali (anche qualcuno italiano, come attesta la presenza recente dei vertici di Mediobanca a Teheran) per la possibilità di finanziare partendo quasi da zero un grande bacino di clienti nel credito al consumo. Ma le banche iraniane, da tempo estromesse dal sistema finanziario internazionale, sono oggi molto in ritardo in un mondo che è dominato dai regolatori e dalla gestione dei rischi. "Con Cina e India qualche passo è stato già fatto - racconta il banchiere privato di Turquoise - ma con l'Europa il bisogno di riprendere i rapporti è drammatico. Le grandi banche continentali, nonostante i chiarimenti anche del Tesoro Usa sul fatto che ora non c'è rischio di multe o sanzioni, restano caute: anche per il fatto che in Iran molti istituti non hanno nemmeno la funzione di compliance", quella per codificare i rischi regolatori e sistemici. Per questo Turquoise, nell'inedita missione italiana, ha preferito incontrare fondi chiusi di investimento, gestori di grandi patrimoni familiari e la Sace, società della Cassa depositi che assicura il credito all'esportazione.

L'Italia è stata fino a pochi anni fa il primo partner commerciale dell'Iran, con un interscambio che nel 2011 superava i 7 miliardi. Uno studio commissionato dal ministero dello sviluppo economico sostiene che nel 2020 sarà possibile un recupero della quota italiana al livello medio precedente alle sanzioni, con un incremento di 1,5 miliardi di euro. "In particolare il potenziale è di 900 milioni per la tecnologia (meccanica, elettrotecnica, auto), 400 milioni per i beni di consumo Made in italy e più di 200 milioni per le infrastrutture", ha dichiarato il sottosegretario allo sviluppo economico, Ivan Scalfarotto, al business forum di Teheran.

Fonte: La Repubblica

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Hooman Mirmohammad sadeghi

Business Development Consultant For Iran & Italy

  

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